Mistica della Rivoluzione Fascista – da Il Borghese di Febbraio 2011

di Mario Bernardi Guardi

Berto Ricci, Niccolò Giani, Guido Pallotta: tre fascisti duri, puri e coerenti di fronte ai quali anche il più coriaceo degli antifascisti, se è una persona perbene e in buona fede, non può non profondersi in esercizi di ammirazione. Tre fascisti che Indro Montanelli, pur facendo le bucce ai suoi ruggenti anni in camicia nera, ricordava con commozione, rimpiangendo di non essere stato accanto a loro, nel momento della «bella morte». Sì, l’irriverente Montanelli – si legga il suo «Proibito ai minori di quarant’anni» pubblicato sul Borghese nel febbraio del 1955, con lo pseudonimo di Antonio Siberia – guardava con una sorta di turbata «invidia», di complice «nostalgia», al loro sacrificio di morti in battaglia, da uomini di penna e di spada, volontari in Africa, in nome della Patria e dell’Idea. Eroi, senza se e senza ma, insomma: e nessuno andasse a dirgli che, così rievocando, rischiava di costeggiare la retorica, perché si sarebbe arrabbiato di brutto.

Bene, come è noto, la Storia – quella ufficiale, professorale, ben pensante e paludata – tende ad essere «storia dei vincitori»: erano loro ad aver ragione, ed invece i vinti avevano torto. Cammina, cammina, però, ecco che vien fatto di pensare: non è che i vinti, se non proprio ragione, avessero le loro ragioni? E poi che tipi erano questi vinti? Tutti brutti, sporchi e cattivi? Ce l’avevano, che so, un cervello, un cuore, degli affetti? Qualcuno di loro era, tanto per dire, simpatico, o erano tutti maledettamente antipatici?

Ed ecco che, a un certo punto, uno storico antifascista come il lucchese Paolo Buchignani scopre Berto Ricci ed è conquistato dalla sua passione ideale, dal suo coraggio, dalla sua dirittura morale. Per dirla con Montanelli, dal suo «carattere». Ne vien fuori un libro (Un fascismo impossibile, Il Mulino, 1994), che, se non è celebrativo, poco ci manca. Di sicuro, se sul Fascismo hai le tue belle riserve e leggi il profilo biografico di Buchignani, ti convinci che, nonostante tutto, valeva la pena di esserci, allora, e di viverla fino in fondo quella passione, illusioni e delusioni comprese. Decisamente simpatizzante è anche un altro storico antifascista, stavolta livornese, Aldo Grandi, che si imbatte nel secondo degli amici di Montanelli, e cioè Niccolò Giani, e ne traccia un profilo che, proprio perché obbiettivo, finisce con l’essere entusiasta (Gli eroi di Mussolini, Rizzoli, 2004). E perché?

Perché presenta un uomo in piedi: niente di più, niente di meno. E questo bel combattente, fiero e devoto alla Causa, «mistico», insomma, te lo ritrovi intatto negli Scritti, pubblicati da una casa editrice militante come Il Cinabro, e preceduti da densi e intensi saggi introduttivi, a firma di Maurizio Rossi e Luca Lionello Rimbotti.

Intanto Grandi accende l’altra candela dell’altare montanelliano, con il profilo di Guido Pallotta, del quale ricostruisce opere e giorni dall’avventura fiumana alla morte in Africa Settentrionale. Un sacrificio che era nell’ordine delle cose, meglio, dei valori sempre perseguiti. Non si può non essere all’altezza di quello che si scrive e Pallotta aveva scritto: «Vi è un solo modo di essere mistici quando la Patria chiede sangue: offrirlo. Noi sentiamo che la nostra missione è il combattimento: d’idee, oggi, di baionette, domani; noi pensiamo che la vita sia bella perché possiamo donarla all’idea; noi riteniamo che senza l’azione eroica la vita sarebbe misera e triste».

Domanda: in quale remota galassia sono vissuti e sono morti Ricci, Giani e Pallotta? La risposta ce l’avete, ce l’abbiamo. Poi, per carità, andiamo a far provvista di critiche e di ipercritiche e rovesciamole a profusione sul banco della buona fede. Il senso – alto – della testimonianza resta, però. Resta il rango di quegli uomini e il valore di quelle azioni. Così, si può ripetere fino alla nausea il ritornello dell’Italia che non era preparata alla guerra, del popolo che non la voleva, dei vertici militari che erano incompetenti. Ci si può risciacquare all’infinito la bocca con questa amarissima vulgata, flagellando la memoria di Mussolini con una raffica di «Imputato, alzatevi!», salvo un attimo dopo di nuovo restare stupiti, meravigliati, ammirati di fronte a chi, e ripetiamo:nonostante tutto, il suo dovere lo fece, egregiamente e con spavalda allegria. Come i ragazzi della Decima Mas, guidati dal principe romano Junio Valerio Borghese e di cui Garibaldi e Di Sclafani ricostruiscono l’impresa più audace.

Uomini di guerra. Impolitici. Politico di alto livello fu invece Giorgio Almirante, ricordato dalla compagna di una vita. Il suo volto – con quegli occhi azzurri, che parevano abbracciare le folle dei comizi – e la sua voce – che ti accoglieva nello slancio ideale, ma argomentava, anche, e polemizzava, e ironizzava sulla tragica pochezza dell’antifascismo italiota – ci rimarranno sempre nel cuore. Intendiamoci: non lo abbiamo mai mitizzato e gli rimproveriamo un sacco di cose: prima su tutte, quella di non aver scommesso su un ’68 generazionale e italiano. Ma se ci guardiamo intorno, uno, dieci, cento Giorgio Almirante ci verrebbe la voglia di invocare.

Per non parlare di Beppe Niccolai, «fascio» eretico che voleva andare oltre la destra e la sinistra, credeva nelle feconde contaminazioni, voleva un «socialismo tricolore», vedeva oltre le bassure del politichese. Scritti e discorsi, a cura di Vito Orlando, ce lo restituiscono, provocatore intrepido e paradossale. Ha lasciato eredi?

Forse. Ma non lo è, a nostro avviso, Domenico Mennitti, che pure visse insieme a lui la belle esperienza di Proposta – e cioè di una milizia culturale e politica decisa a portare, ben oltre la Destra e la Sinistra, energie nuove nell’invecchiatissimo Msi. Dando vita, in prospettiva, a un Partito della Nazione. Quello che né Forza Italia – Mennitti, col laboratorio politico di Ideazione ne è stato l’alfiere più intellettualmente «attrezzato», ma nel segno e nel senso di una destra liberale, liberista, atlantista, conservatrice, moderata, anticomunista e antifascista: era questo il «progetto» di Niccolai? – né Anhanno saputo essere. Quello che oggi passa il «convento» del rissoso centro-destra, comunque, ci convince ancor di meno. E crediamo che ci creda poco anche Mennitti. E allora gli eredi chi sono, ammesso e concesso che ci siano? Beh, a noi piace la costruttiva «primavera di bellezza» dei ragazzi di Casa Pound e del Blocco Studentesco. Noi confidiamo nei loro sogni – che sono poi bisogni ideali, esistenziali e comunitari – e nel loro concreto fare. Così operoso e gioioso, con tutti i valori al loro posto, ma senza la necessità di esagitate affermazioni identitarie. La scoperta dell’identità è un’avventura quotidiana. La trasmettono, certo, le icone appese alle pareti del palazzo di via Napoleone III n. 8, dove vivono 23 famiglie, benedette da un grande sguardo trasversale sulla più vivace cultura e sul più suggestivo immaginario del Novecento. Ma, come ben ci mostra Domenico Di Tullio, il bell’azzardo ti viene dall’esistente. Esserci, fare, comunicare. Amicizia, impegno politico, solidarietà. Crescita costante, qualche volta dolorosa. Questi ragazzi lavorano per diventare uomini. Restando giovani, però, come nonno Ez, che vive e lotta insieme a loro.

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