ALDO GRANDI Il gerarca con il sorriso

Finalmente il cerchio è chiuso. Con questo pregevole libro, infatti, si può dire tracciato il perimetro intorno alla Scuola di Mistica Fascista, ovvero attorno ai suoi tre più grandi e significativi rappresentanti: Berto Ricci, Niccolò Giani e Guido Pallotta.
Mancava, infatti, nell’intricata e quanto mai interessante ricostruzione del mosaico della Scuola, un tassello prezioso, irrinunciabile: quello di Pallotta, appunto. Perché, se rispetto a Ricci si sa praticamente tutto, anche grazie al bel libro di Buchignani Un fascismo impossibile (Il Mulino, 1994), e alla diffusione dei suoi scritti (vedasi Lo scrittore italiano o l’Universale stampato dalle «Edizioni del Borghese» nel lontano 1969), di Niccolò Giani si sa già molto meno.
È soltanto da qualche anno che, a partire dal «pioneristico» libro Gli eroi di Mussolini di Aldo Grandi (Bur, 2004) e, molto più recentemente con la prima, ed unica, raccolta antologica dei suoi scritti, Mistica della Rivoluzione Fascista (Il Cinabro, 2010), il pensiero, la vita e l’opera di Giani è stata restituita al posto che gli spetta. Ma di Pallotta, il «gerarca con il sorriso», fino ad oggi, in questo modo, non aveva parlato proprio nessuno. Se ne era discusso, indagando l’interessante mondo del fascismo universitario, quello dei Guf per intenderci, col libro di Simone Duranti Lo spirito gregario (Donzelli, 2008): ma, mai concentrandosi sul Pallotta uomo, ovvero come politico e come combattente.  A colmare questo assordante vuoto è l’ultima fatica editoriale di Aldo Grandi. Ci si permetta però di segnalare da subito, come, nonostante il libro riporti in appendice alcuni scritti – tra i quali degli inediti – di Pallotta, manchi nel panorama editoriale una raccolta antologica dei suoi scritti come, invece, esiste per Ricci e Giani. Quanto dovremo attendere non è dato sapere, ma proprio per questo il libro di Grandi assume una doppia importanza: nel restituirci, oggi finalmente, nella sua interezza, Guido Pallotta. Anche grazie all’inserimento degli scritti in appendice, pur non essendo Grandi uno storico di professione. Avrebbe potuto, infatti, limitarsi a narrare di Pallotta, invece Grandi ci restituisce, nella sua totalità ed originalità, anche di pensiero, Guido Pallotta. Grazie al suo fiuto da giornalista consumato, infatti, Grandi è riuscito ad entrare in contatto con uno degli ultimi eredi di Pallotta e, soprattutto, col suo prezioso archivio. A questo
«fiuto», in realtà, Grandi ci aveva già abituati nella stesura de Gli eroi di Mussolini, dove con analoga capacità, era riuscito a contattare i parenti di Niccolò Giani, potendo così avere accesso ad un archivio perfettamente conservato e curato. Quello di Pallotta è forse uno degli ultimi, se non proprio l’ultimo, archivio segreto del Fascismo: non perché volutamente tenuto come tale da nipoti e parenti, ma semplicemente perché la sua storia, come quella di tanti «mistici», per lungo tempo, troppo, è stata più semplicemente non indagata. Un vero paradosso, vista la caratura del personaggio. Un paradosso già implicitamente evidenziato dalla segnalazione che di questo libro ne ha dato il sempre attento, e mai banale, Mario Bernardi Guardi, sullo scorso numero de Il Borghese, nella sua rubrica «Librido»,
all’interno della sua vertiginosa rassegna stampa di Febbraio. A testimonianza – ma ce n’è ancora bisogno? – di come il tema della Scuola di Mistica Fascista stia conoscendo oggi una seconda giovinezza: e le iniziative editoriali ne sono la riprova. Perché se i libri si stampano, è perché si vendono, e se si vendono qualcuno li dovrà pur leggere. Per tutti gli scettici, pregasi digitare «mistica fascista» su Google per credere…
Torniamo, però, al Pallotta. Guido fu, nell’ordine, volontario fiumano a diciotto anni, squadrista, strafottente animatore di Vent’anni (poi Vent’anni in armi, visto che al fronte c’era mezza redazione), scrittore, più volte volontario di guerra, vicesegretario nazionale dei Guf, mistico, nonché nemico giurato dei «tesserati». Se abbiamo dimenticato qualcosa, pensiamo possa essere riassunto nella bella definizione che di lui fu data al tempo: «Guerriero della goliardia, del giornalismo, del partito: il soldato di Mussolini». Un «mistico» sicuramente diverso da Giani, perché dalla natura eminentemente guerriera, più che «contemplativa». Per usare le efficaci parole di Grandi, «L’uno educava i giovani allo sbaraglio, l’altro al sacrificio nello sbaraglio». Il risultato fu però lo stesso: completare l’aderenza
al trinomio mussoliniano del Credere-Obbedire-Combattere con l’offerta del proprio olocausto. Non nell’ottica d’un volontario «suicidio», come sostenuto impropriamente
al tempo da Ruggero Zangrandi, ma come rischio da mettere in conto per uomini che fecero della coerenza, assurda e fanatica, la loro scelta di vita. Conta come si vive, ma anche come si muore. Uomini come Pallotta, scelsero di combattere, nonostante il rischio di morire, perché esigevano l’onore – e l’onere – della prima linea, dell’assalto.
Il risultato è un libro dal taglio giornalistico e appassionato, su temi e uomini il più delle volte presentatici dagli storici di professione sotto un dito, o più, di polvere: tale da rendere ostica la lettura anche per gli appassionati più sfegatati. Qui, invece, tutto è dinamico, avvincente. Ma, soprattutto, oggettivo. Oseremmo
dire «di parte», tanto è ben scritta la storia di questo personaggio, se non fosse più che certa l’estraneità di Grandi ad una qualunque simpatia «fascista». A riprova del fatto che il personaggio appassiona e, per forza di cose, si fa amare. Al lettore, dunque, Grandi lascia il giudizio ultimo sul Pallotta gregario, mistico, uomo
di milizia. Ma sul Pallotta «uomo» no: quello è ben tracciato sin dalle prime righe. Tuttavia, ci si consenta un suggerimento a chi vorrà leggere questo libro: prima di esprimervi nel bene o nel male, a lettura finita, tornate alla copertina e guardate il sorriso del protagonista. Quello non mente.

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