Per una destra emancipata dai luoghi comuni

recensione a “Mistica della Rivoluzione Fascista”, Il Cinabro, 2010

di P. Vassallo

Diffamata dalla storiografia comunista, infoibata dai catto-dossettiani di Bologna e fraintesa dalla scolastica neodestra, la cultura del Novecento italiano contiene, tuttavia, le idee necessarie alla rinascente vita di una destra emancipata dalle chimere centriste e confusioniste di Fini, Granata & Dallavedova. L’interesse destato in ambienti della giovane destra dalla figura e dall’opera di Niccolò Giani, eroico protagonista della fascinosa stagione intitolata alla mistica fascista, manifesta la vitalità di una cultura orgogliosamente refrattaria alla ibridazione con le ideologie della tramontante modernità.

In questo promettente scenario merita una speciale segnalazione l’iniziativa della casa editrice Il Cinabro di Catania, che propone un’antologia degli scritti di Giani, preceduta da vivaci saggi introduttivi di Maurizio Rossi e di Luca Leonello Rimbotti. Merito di Rimbotti è l’onesto riconoscimento dell’inevitabilità della vocazione religiosa delle avanguardie fasciste e la sottolineatura del complesso rapporto con l’idea gentiliana di risvegliare il senso religioso nella politica. La scuola di mistica fascista, infatti, criticò duramente la filosofia neo-hegeliana ma non disconobbe la invincibile inclinazione di Giovanni Gentile alla fede cristiana. A dimostrazione dell’indirizzo cattolico dell’avanguardia fascista l’autore del saggio cita un testo di Nazareno Padellaro, secondo il quale la mistica fascista è in rapporto analogico con la mistica religiosa. Meno convincente è il tentativo di Maurizio Rossi, finalizzato a dimostrare l’affinità della scuola di mistica fascista con il pensiero di Julius Evola, il più importante esponente del Tradizionalismo, che non mancherà di polemizzare con il filosofo del regime [Gentile] manifestando simpatia verso quei giovani irrequieti”. E’ noto infatti che il giudizio di Evola sulla scuola di mistica fascista non fu lusinghiero: “Noi siamo del parere che tale posizione sia estremamente pericolosa (dottrinalmente, beninteso, praticamente potrebbe anzi essere comoda) e perfino risenta di ciò che di dualismo semitico e antiario [anti-ariano] sussiste in alcuni aspetti delle credenze occidentali” (Julius Evola, “La scuola di mistica fascista Scritti su mistica, ascesi e libertà 1940 – 1941”, Edizioni Controcorrente, Napoli 2009, pag. 104). La verità è che l’avanguardia fascista contrastava le teorie neopagane diffuse dagli iniziati Arturo Reghini e Julius Evola. Tanto che Fernando Mezzasoma, poté dire di Giani: “Egli credeva in Dio, nel Dio di noi italiani fascisti e cattolici a cui dobbiamo non soltanto il dono misterioso della vita ma anche il privilegio di averci chiamati a continuare la missione di civiltà e giustizia che la nostra gente svolge nel mondo da più di due millenni”. Specialmente significativa e attuale è l’adesione di Giani alla scienza nuova di Giambattista Vico, “il Vico che combatte il loico Cartesio, quasi divinando tutte le dannose conseguenze del suo pensiero”. Francisco Elias de Tejada, infatti, ha dimostrato che la scienza nuova di Vico anticipa la risposta cattolica all’eversione della filosofia avviata da Cartesio, proseguita da Spinoza e perfezionata da Hegel e da Marx. Non per caso, Nino Tripodi, allievo di Giani prima di diventare uno fra i più rigorosi e autorevoli interpreti della destra missina, fu autore, nel 1941 di un saggio scritto per proporre Vico quale filosofo del fascismo in ragione della sua ortodossia. Di Vico scriveva Tripodi: “Fu perenne nel suo spirito la distinzione tra la sostanza divina e quella delle creature, tra l’essenza o ragion di essere di Dio e quella delle cose create, come fu perenne ed inequivocabile la inintelligibilità di Dio se ricercata nel mondo bruto della natura anziché in quello della storia, nella quale la Provvidenza si manifesta, chiamando gli uomini a collaboratori della divinità”. Nella riscoperta del Vico cattolico, dunque, si deve riconoscere il frutto magnifico dell’avanguardia fascista e l’eredità del Novecento italiano che merita di essere salvata quale strumento indispensabile alla rinascita culturale a destra.

Tratto da: http://www.ilculturista.it/cultura/?p=7158

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